In margine al 150° dell'Unità

15 AGO 20
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L'Italia è nata in un bruto giorno, il 17 è nefasto, lo sfratto dal Quirinale del Papa non ha portato fortuna, né alla monarchia né alla repubblica. L'unità che si vuole celebrare il prossimo marzo è stata una costruzione imposta dal clima culturale del XIX sec. Per secoli l'Italia si è sottratta allo spirito nazionale, che non le è congeniale. La sua storia è quella comunale, erede dei municipi romani e la sua epica è quella imperiale. Non a caso Italia e Germania furono le ultime a costituirsi in nazioni politiche, esse sono entrambe eredi dell'Impero romano e sacro romano, ma non della nazione e del nazionalismo che ha tormentato la storia del mondo. Ogni città italiana è capitale, Roma vi è riconosciuta perché è sede ecumenica della cristianità, volere rafforzare la nazione con gli inni nazionali e le celebrazioni è una operazione di lifting anacronistica. In un tempo in cui si sono frantumati i complessi ideologici la globalizzazione riporta la coesione politica alla identità di strapaese, nessun popolo ironizza come gli italiani su sé stesso e non si indigna per le offese che costantemente le vengono fatte dalle nazioni, perché intimamente avverte la sua superiorità, è l'orgoglio del civis romanus su tutti gli altri popoli, che solo "parcit victis", anche se non ha la forza di "debellare superbos".